| La critica |
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"Maria Pellini incrocia con spavalderia i ferri con l'arte, lavorando nel colore e nella materia con una forza non comune, così maschile per la brutalità e il vigore in cui si manifesta, ma al tempo stesso femminile nella sensibilità che la muove. L'artista si mostra come nuda davanti ai nostri occhi, non ha bisogno di inutili decori o di ammorbidire quella verità che sente l'urgenza di rilevarci.... è in grado con grande umiltà ma anche con una solida preparazione, di indicarci i sentieri del sentire dell'animo umano che possiamo percorrere di fronte alle sue opere, permattendoci al tempo stesso di sceglire in quale desideriamo camminare."----Francesca Mora LA LUCE DEL CORRIDOIO RESTA SEMPRE ACCESA Una pittura per grandi tele, informale. Tele sulle quali sono stati spalmati: calce, cemento, colla, stucco, sabbia, intonaco, tela di iuta. Grandi dipinti che richiamano nella tecnica e nellâassemblaggio la forza espressiva di Burri e la rabbia calma e inquieta di Dubuffet e di Fautrier. E' questo il primo impatto con i dipinti di Maria Pellini,che si pongono a rappresentare la violenza. Ogni tipo di violenza, in particolare quella subita dalle donne. La violenza che come una forza bruta uccide  una donna: la distrugge nel suo proprio intimo. La lascia priva si sentimenti, di forza e ne svuota l'intimità dalla passione che come il fuoco dell'anima la fa vivere. Una brutalità che si riassume nello stupro, qui metafora non solo di violenza sessuale, ma come onda di morte che invade lâanimo femminile e lo sommerge: la violenza nella sua poliedricità di significazione semantica che, se volta anche al maschile, pervade il mondo nella circolarità dellâesistere senza freni, nella potenza dellâistintuale animale, nella peggior espressione che alberga in ogni uomo. Basta ricordare Quasimodo e la poesia contemporanea, che della violenza hanno cantato le forme nella lirica, nelle canzoni che accompagnano le generazioni del Novecento e del secolo XXI. Il percorso inizia con una tela che si gioca nelle nuances di colore giallo: il colore della volontà , che racchiude una donna raggomitolata, che sta nel 'qui ed ora', presente a se stessa nel mondo quotidiano, nella normalità dellâesistere..  Segue una tela che si abbuia, come l'onda di un temporale, le prime nubi. Inizia la suspance della vita e del quotidiano, si avvicina la violenza. Lo stupratore comincia la sua corsa. Arriva il suo ghermire la vittima innocente e ingenua, che vive nellâesistenza la sua operatività , i suoi sentimenti, la sua luce, lâaura del suo spirito. Poi fortissima, senza aggettivi per qualificarla, nera con uno squarcio rosso amaranto , il colore dell' aggressività e del sangue, delle rivolte, arriva la violenza, che si consuma in un momento, un attimo in cui la vita si sospende. Trova una pausa dolorosa dove tutto si spegne come in Guernica. E' ghiaccio e morte. Ma là la luce del tutto è spartita. E' la violenza della guerra, che ha tolto il colore, come in piazza Tiananmen, come la rivolta dei monaci in Birmania, come i cristiani uccisi per il mondo. Una guerra  che ha i colori, il dolore, l'odore dello stupro consumato sull'umanità : donne,uomini, non importa. Difficile rialzarsi, difficile ancor più ricominciare, e il cammino si tinge di marrone, il colore della terra che custodisce il seme che sotto la neve rigenera. Sulla tela compare un cappio: la corda della sofferenza, che ora e sempre avvinghierà  chi ha subito violenza. Chi dal vortice nero dell'informe tela massacrata di gesso e di calce, fra lembi sbriciolati di iuta, macchiati di sangue e di catrame, sbattuta a terra, da questa si rialza col fango addosso per rinascere. Ancora colori scuri: nero dell'anima, che si riprende in se stessa. Arriva un bianco squarciante, materico luminoso. Bianco su bianco come la neve a primavera, come la neve dei Chiaristi, come la neve degli Impressionisti, come la neve della rinascita, la luce, il raggio dâargento, il lume chiaro che riassume tutti i colori e le sfumature di azzurro, di blu il colore della calma, del mare della vita. E, la vita ritorna, si fa breccia, nelle pulsioni scure, terrigne dell' animo squarciato dalla violenza, che deve raccogliere i brandelli e ricongiungerli un una nuova forma simile alla primigenia, ma nuova: quella che conserva sotto l'originaria sembianza i segni delle ferite della deflagrazione.  Ritorna il giallo, la volontà , più rabbuiata, il rosso dell'amore, i colori della vita. E i dipinti, le grandi tele della violenza chiudono il circolo. E' l'esistenza, il cappio scende. Le tele materiche si fanno più lievi, si compongono come dittici e più complessa dell'inizio la vita scorre su due binari. Il presente che si ricostruisce ogni giorno nello scorrere della vita e il futuro che da mille finestre rimanda i bagliori dello specchio profumato della primavera anche se rimangono i segni dei cocci incollati della violenza che s'è fatta verbo e carne. In un fascinoso bianco che si fa strada negli angoli del sentire. Questa è la pittura di Maria Pellini che dal materico e informale, scrive sulla tela i suoi sentimenti che riassumono quelli dell'umanità . Una pittura che si tempera in poetiche frasi liriche e proprio nella non forma riscopre la forma dell'agire e della rappresentazione. Ogni dipinto si presenta come uno specchio per lâanimo di chi guarda e lì ognuno vede  il proprio sentire, la forma che legge come più vera, più autentica. Ma è il velo di Maya, la caverna degli idola. La verità sta oltre, nei recessi tragici di Nietzsche oppure nel pensiero forte di Morin, nei âpassiâ di Demetrio e si ricompone in Baudrillard nei rimandi alle sue immagini, fotografie   nel punto di incontro tra immaginario e realtà . Ognuno è se stesso e l'altro.   Mariagiuseppina Bo |
